Prodotti a base di cannabis: cosa contengono veramente?

Prodotti a base di cannabis: cosa contengono veramente?

I prodotti legali a base di cannabis stanno pian piano invadendo il mercato, ma molti si chiedono cosa ci sia all’interno della pianta incriminata. Non solo prodotti commestibili, ma anche magliette, gadgets, semi da collezione e molto altro ancora. “Si è acceso un forte interesse oggi su questo fronte, si vende qualunque cosa”, osserva Enrico Davoli, tossicologo ambientale, all’AdnKronos.

In occasione di un festival internazionale dedicato alla cannabis il dott. Davoli ha preso e analizzato alcuni alimenti. “Sulla base di questo screening, in tutti i prodotti esaminati non c’era traccia di canapa, il risultato era zero, quindi inferiore al limite di sensibilità della strumentazione”. A questo punto l’esperto ha continuato ad approfondire. “Insieme a colleghi dell’università di Torino, con strumenti completamente diversi ho analizzato alcuni prodotti – dal formaggio alla farina – in cui erano stati usati semi. E in questo caso sono state rilevate tracce del principio attivo Cbd, ma non di Thc, tra 20 e 40 parti per milione… In tutti gli altri prodotti testati, cercando sia Thc che Cbd, e alcuni terpeni principali, con un limite di sensibilità di 5 parti per miliardo, non c’era niente – prosegue Davoli – Quindi o erano prodotti che non avevano proprio visto la canapa, oppure contenevano scarti industriali, tipo il fusto della pianta”.

Di conseguenza il consumatore spesso acquista un prodotto a base di cannabis ma all’interno non c’è praticamente nulla della pianta. Sul fronte terapeutico, invece, c’è ancora da studiare. Un farmaco a base di cannabis contiene i principi attivi Cbd e Thc, ma ci sono anche altri fitocannabinoidi. “Allora bisogna chiedersi: gli eventuali effetti sul paziente a cosa sono dovuti? Sono legati al singolo principio attivo, a effetti sinergici di Thc e Cbd, a un eventuale altro fitocannabinoide che presente in tracce ha molto più effetto? Approfondire questi e altri aspetti – conclude il ricercatore – è uno dei motivi per cui servono studi clinici controllati, parlando dell’ambito scientifico. Mentre per l’opinione pubblica la chiarezza nell’informazione deve essere la base di tutto”.

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